Notte buia, niente stelle

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"Fin dall'inizio - anche prima che un giovane uomo che non riesco a capire abbia iniziato a scrivere 'The Long Walk' nella sua stanza del dormitorio del college - ho sentito che la migliore finzione era al tempo stesso propulsiva e assalitrice", scrive Stephen King in una parola chiave per "Notte buia, niente stelle", la sua nuova raccolta di storie lunghe. "Ti entra in faccia". Come se non lo sapessimo.

"Notte buia, niente stelle" contiene, come le precedenti "Different Seasons" e "Four Past Midnight" di King, un quartetto di racconti inediti che soddisfano i criteri dichiarati dal loro prolifico autore per una buona finzione.

Propulsivo? Controlla. Assassinio? Non chiedere. Le storie in "Notte buia, niente stelle", le cui lunghezze vanno da 30 pagine fino a oltre 100, sono per la maggior parte solo leggermente soprannaturali e trattano, invece, con gli aspetti più rivelatori del comportamento puramente umano.

Lo stupro seriale e l'omicidio figurano in primo piano in due di queste storie; in un altro, un uomo uccide la moglie e costringe il figlio adolescente ad aiutarlo; e nell'unica storia del tutto fantastica, un uomo acquista - dal Diavolo, naturalmente - salute e felicità al prezzo troppo abbordabile della rovina della famiglia del suo migliore amico. E 'roba triste, ma è quello che i lettori si aspettano da Stephen King. Dopo tutto, ci è stato in faccia per 40 anni.

Quello che sorprende, e forse un po' inquietante, di King è la coerenza del suo scopo e del suo modo di fare in quel lungo periodo di tempo. E' essenzialmente lo stesso uomo di spettacolo letterario che era nelle storie horror polpose e incisive che vendeva alle riviste maschili e, un po' più tardi, nei suoi primi romanzi "Carrie" e "Le notti di Salem".

A differenza della maggior parte degli scrittori, sembra che non si sia mai annoiato delle sue peculiari doti, stanco dei meravigliosi giocattoli lasciati sotto l'albero per lui quando era un bambino. Potrebbe, come dice lui stesso, avere difficoltà a immaginare se stesso come un diciottenne che compone il suo primo romanzo, ma non è un problema per noi, suoi lettori, perché King a 63 anni scrive ancora con la verve e la gioia e la disinvoltura di un giovanissimo uomo. Non si è addolcito sensibilmente. Non ha messo da parte le cose infantili. Quando si leggono i racconti macabri in "Notte buia, niente stelle", portato avanti dalla sua prosa vivace e rollicking, si pensa (se si sta pensando a tutti): "Dio lo aiuti, quest'uomo si sta divertendo.

Uno scrittore che prende una gioia così sfrenata nell'atto di raccontare storie è una rarità. Questo piacere nudo è l'ingrediente segreto di King: rende il suo lavoro - buono o cattivo - stranamente irresistibile, addirittura coinvolgente. E disarma la critica, come spesso fa l'entusiasmo fanciullesco.

Potreste sentire, come me, che "Fair Extension", l'accordo con la storia del Diavolo in "Notte buia, niente stelle", è troppo glib e casuale per sopportare il peso morale a cui aspira, ma sembra quasi scortese a dirlo. Si potrebbe anche pensare (come faccio io) che la lunga storia di suspense "Big Driver", su una donna che soffre e poi vendica violentemente uno stupro lungo la strada, è un po' troppo facile per King: c'erano un paio di filati simili per la fuga e la vendetta nella sua collezione del 2008 "Just After Sunset. Si potrebbe pensare questo. Ma non ci si sentirebbe molto bene.

La costrizione del re a intrattenere - sia se stesso che l'enorme pubblico che ora, in un certo senso arcaico, si rivolge come "Constant Reader" - è, per quanto impotente, una forma di generosità, un cavallo da regalo da non guardare in bocca. (I suoi lettori dovrebbero ormai sapere che non è saggio guardare in qualcosa di oscuro e umido. Soprattutto se ci sono i denti.) Il puro volume della sua uscita lo protegge anche in parte.

Nel vasto oceano della King Fiction, la roba più debole affonda a memoria senza lasciare traccia, e senza danneggiare la fiducia del lettore in lui: un vaso più robusto si sta sempre aleggiando all'orizzonte. E questo è il caso di "Full Dark, No Stars", che inizia con una buona storia chiamata "1922", perde la strada per un po' di tempo - in "Big Driver" e "Fair Extension" - per poi finire con un'altra abbastanza forte, "A Good Marriage.

Le due storie migliori hanno anche una sorta di tema comune: in entrambe le persone si sentono, nei momenti di crisi, in qualche modo raddoppiate, divise in due. Darcy Anderson, l'eroina di Un bel matrimonio (A Good Marriage), a volte sente la presenza di un altro sé dietro lo specchio: una "Darker Girl" quando era giovane, e poi una "Darker Wife", vivendo quella che lei chiama "la Darker Life, dove ogni verità è stata scritta al contrario".

Quali che siano le ragioni delle sue fantasie speculari giovanili, scopre ampie giustificazioni per le cupe immagini nel ventottesimo anno del suo matrimonio, quando accade a seguito di indizi sulla vita segreta di suo marito, Bob, uno sconosciuto davvero oscuro.

Nell'ombra dell'esistenza di Bob, lontano da lei, commette terribili crimini che egli attribuisce alla presenza di un'altra persona dentro di sé: lo spirito maligno di un amico morto d'infanzia. (E' un matrimonio estremamente affollato.)

King lavora abilmente i doppi motivi e guida la narrazione verso un climax catartico soddisfacente - dopo di che fornisce un raffinato epilogo sotto forma di dialogo tra il povero Darcy in frantumi e un vecchio e furbo poliziotto in pensione.

"Un bel matrimonio" è una caratteristica performance King, veloce e artigianale e solidamente inquietante. (E' caratteristica, anche, nel leggero pregiudizio di genere che King ha sempre, galantemente, mostrato: nel suo lavoro, gli uomini fanno violenza perché sono cattivi, e le donne fanno violenza solo per autodifesa o ritorsione.) "1922" è meno tipico, perché è ambientato in un passato abbastanza lontano piuttosto che in quello abituale di King's qui e ora, e nel Midwest rurale piuttosto che nel suo nativo New England, dove si svolgono le altre storie di "Full Dark, No Stars". E' anche l'unica storia qui raccontata in prima persona.

Il cambio d'aria (e la voce) gli si addice: "1922" ha una gravità dolorosa di cui gli altri racconti per lo più mancano, in parte forse perché la sua dizione è libera dagli scoppi di gergo baby-talk che sono diventati una sua brutta abitudine negli ultimi anni. (Altrovemente nel libro, si è portati a breve da coniazioni dolorose come "Easy-as-can-beezy" e "Nuzzle-bunny".) Il narratore di "1922", un contadino del Nebraska di nome Wilfred James, uccide sua moglie perché vuole vendere parte della fattoria di famiglia e trasferirsi in città.

Wilfred cerca di dirsi, come fa il serial killer di "A Good Marriage", che qualcun altro è l'autore di questo terribile atto: "Credo", scrive pochi anni dopo l'evento, "che ci sia un altro uomo all'interno di ogni uomo, uno sconosciuto, un Conniving Man," e che sia stato questo doppio malvagio a compiere l'atto. Ma non riesce a persuadere se stesso: il ricordo crudo del crimine è tutto suo, e le terribili conseguenze non si ripercuotono sull'altro immaginario, ma su di lui - e su suo figlio, che ha reso suo complice.

La finzione rambunctious del re non tenta spesso un tono tragico, ma "1922" lo fa, e quasi lo fa. Sebbene abbia già giocato con l'idea del doppio e della divisione delle personalità (in particolare in "Shining" e "The Dark Half"), c'è un senso di orrore particolarmente intimo in "1922" perché la triste storia è raccontata nella voce di uno degli afflitti.

Non molto, direi, spaventa davvero Stephen King, ma in questo racconto la sua prosa si sente perseguitata, come se si fosse, per una volta, spaventato. Per uno scrittore accanito come King, il pensiero di un altro sé dentro di sé è un inquietante terrore notturno come si può immaginare.

Egli stesso è stato per tanto tempo, con fiducia, propulsivamente, assillante, assillante. E' troppo tardi per confrontarsi faccia a faccia con lo straniero all'interno.

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